Si fa ma non si dice. Potrebbe riassumersi così il fenomeno del greenhushing, ossia la decisione da parte delle aziende di non rendere noti all’esterno i progressi sul fronte della sostenibilità e le iniziative di contrasto al cambiamento climatico messe in campo. Un cambio di rotta sempre più frequente da parte di grandi gruppi. Sembra infatti essere passati da un eccesso di comunicazione sui temi ESG, talvolta fuorviante e non corrispondente al vero, ad uno stretto riserbo sui passi in avanti effettuati. Secondo quanto rilevato da un rapporto di South Pole, società svizzera di consulenza climatica che opera in Italia attraverso Carbonsink, tale tendenza è in aumento e circa il 70% delle aziende attente alla sostenibilità a livello globale non comunica i propri obiettivi climatici.

Un’assenza di divulgazione dettata in molti casi dal prevalere di un atteggiamento cauto e di prudenza di fronte al rapido mutamento dello scenario normativo per evitare di andare incontro, anche inconsapevolmente, a controlli e sanzioni. E infatti più della metà delle imprese che hanno risposto in maniera anonima al sondaggio (in totale circa 1400 imprese distribuite in 12 paesi) ha indicato tra le ragioni principali di questo silenzio il cambiamento delle normative – come la direttiva UE sul greenwashing o l’atteso aggiornamento delle linee guida della Fair Trade Commission degli Stati Uniti sulla pubblicità ecologica. Altri, invece, chiamano in causa la mancanza di dati sufficienti o di chiare indicazioni di settore per comunicare le proprie iniziative ESG.

Più in dettaglio l’88% di chi lavora nei servizi ambientali, inclusi i settori delle energie rinnovabili e del riciclo, ha ammesso di limitare la comunicazione sugli obiettivi climatici, anche se il 93% ha dichiarato di progredire nel raggiungimento dei propri target. Percentuali analoghe per la divulgazione delle aziende di beni di consumo, come quelle alimentari (86%) mentre il valore si attesta intorno al 72% per l’industria petrolifera e del gas. Molto diversa la distribuzione geografica del fenomeno: nei paesi che hanno meno regolamentazione sulle rivendicazioni ambientali come Giappone e USA è meno probabile mentre è più diffuso in Europa che ha una normativa più stringente.

I ricercatori di South Pole hanno segnalato che il greenhushing è un fenomeno da non prendere sottogamba perché potrebbe impedire progressi reali sul cambiamento climatico e sui temi di sostenibilità, riducendo per esempio la condivisione di buone pratiche e diminuendo la pressione su obiettivi ambientali ambiziosi. La mancanza di trasparenza non è infatti mai indice di progresso.