Abbandonare gradualmente tutti i combustibili fossili per frenare gli impatti del cambiamento climatico. Con questa promessa si è conclusa il 13 dicembre 2023 la COP di Dubai, la conferenza internazionale sul clima giunta alla ventottesima edizione e presieduta quest’anno da Al-Jaber, amministratore delegato della principale compagnia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti.

 

Nell’accordo finale, firmato dai 198 Paesi riunitosi nella città emiratense, per la prima volta anche gas e petrolio, oltre al carbone, sono stati inseriti tra le fonti fossili da cui “transitare fuori” (“transition away”) nei sistemi energetici, come scritto nel documento. Un risultato storico per alcuni, ma arrivato non senza un compromesso tra le lobby del petrolio, che auspicavano a una riduzione (“phase down”), e i paesi più vulnerabili al cambiamento climatico (e l’UE) che invece spingevano per usare il termine “phase out”, ossia “eliminare” l’uso dei combustibili fossili.

Eppure, la conferenza era iniziata con grande clamore positivo dettato dall’accordo, giunto proprio in apertura di lavori, sul fondo Loss & Damage da 700 milioni di dollari, richiesto da anni dai Paesi in via di sviluppo ormai messi alle strette dagli impatti del climate change e reso operativo il giorno uno della COP emiratense con un contributo da parte dell’Italia di oltre 100 milioni di dollari.

E si è conclusa con la firma del primo Global Stocktake della storia, ossia il bilancio globale in cui i 198 hanno riportato gli impatti delle azioni per il clima adottate negli ultimi 5 anni e definito le strategie per migliorarle, in cui i 198 membri dell’UNFCC hanno indicato diversi obiettivi. I principali hanno riguardato l’eliminazione dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili, l’impegno a triplicare la capacità di energia rinnovabile a livello globale e di raddoppiare il tasso medio annuo di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030, il potenziamento dell’utilizzo della tecnologia CCS (Carbon Capture and Storage) di cattura e stoccaggio di carbonio soprattutto per i settori “hard to abate” , l’intenzione di accelerare la riduzione delle emissioni di metano entro il 2030 e di raddoppiare i fondi per le azioni e gli investimenti di adattamento agli impatti del cambiamento climatico entro il 2025.

Sono ancora una volta degli impegni e obiettivi non vincolanti da un punto di vista legale, quindi non obbligatori, e privi di un cronoprogramma ben definito e condiviso pubblicamente. Ma l’urgenza di affrontare gli impatti climatici cresce ed è ormai impossibile far finta di non vedere.